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Uno spaccato della scuola e della società negli anni del fascismo. Sicuramente vale la pena leggere la prefazione di Piero Calamandrei, datata 1955 ma di forte attualità.
"Ma il Preside se ne accorse. Capì che si era troppo ubriacato di parole e aveva perso il filo. [...] Allora [...] tacque un momento, soppesando il significato di quaranta facce assenti. E in questo breve momento ritrovò il filo. Cambiò il tono di voce che diventò tonante, colossale, e rimbombò nell'aula silenziosa. Eravamo giunti al momento della domanda retorica che, a quei tempi, segnava quasi sempre la fine del discorso commemorativo. Tutta la classe fece qualche movimento. Ripresero i contatti interrotti tra gli orecchi e il cervello: eravamo tutti presenti a noi stessi. Ma l'Aulisi no. L'Aulisi era ancora sul tetto, coi passerotti sulle mani e le rondini sulle spalle. E non aveva la minima intenzione di tornare in classe. Il Preside rosso per lo sforzo, vibrò un terribile colpo sulla cattedra col pugno chiuso. [...] «E come si chiama quest'Uomo», urlò - e pronunciò bene l'«u» di uomo perché si capisse che era pensato con la maiuscola -, «quest'Uomo, che ha riportato le aquile romane in Roma?» [...] «Come si chiama quest'Uomo», gridò di nuovo il Preside in un parossismo di fede, «che ha portato l'Italia al primo posto tra le nazioni del mondo?». E a questo punto vide l'Aulisi sereno, sorridente, che guardava verso i tetti. Lo fissò. L'Aulisi continuò a bearsi di sole, lassù in alto. Il Preside si alzò in piedi, senza perdere d'occhio l'Aulisi. «Come si chiama quest'Uomo», disse con la voce sprezzante che usava il Duce prima di buttarsi a capofitto, con un crescendo potentissimo, nella frase finale, «quest'Uomo che ha reso all'Italia il suo Impero?». Puntò il dito fremente verso l'Aulisi. «Come si chiama?» urlò. Nessuna risposta. «Come si chiama?», gridò ancora con la gola strozzata. L'Aulisi improvvisamente ruzzolò dal tetto. Spaventatissimo si ricordò di essere in classe, vide il dito minaccioso, sentì l'eco furibonda della domanda tonante. Si alzò in piedi, rosso, confuso, sotto una nuova gragnuola di «Come si chiama? Come si chiama?».
«Aulisi Gaetano», rispose" (pp. 56-57)
A Brooklyn, negli anni della seconda guerra mondiale, due ragazzi, Reuven Malter e Danny Saunders, s'incontrano in un campo da baseball nel corso di una partita che presto assume i connotati di una guerra santa. Entrambi ebrei, Danny e Reuven appartengono a due diverse comunità religiose, che da sempre si guardano con sospetto e diffidenza. Reuven, figlio di uno studioso del Talmud, è quello che Danny, chassid intransigente, definisce sprezzantemente un «apicoros», cioè un eretico, che ha l'ardire di profanare la lingua sacra studiando le materie scolastiche in ebraico anziché in yiddish. La ferita che Danny infligge a Reuven durante la partita è anche una ferita simbolica, di sfregio e di sfida.
La parete è un diario. Il diario di una donna che all'improvviso si ritrova isolata dal mondo da una parete liscia e trasparente, sola, costretta a reinventarsi la propria vita, a riscoprire la propria autonomia e indipendenza e ad affrontare - anche praticamente - un quotidiano che si fa di giorno in giorno più faticoso e pieno di paure. Il diario di una trasformazione interiore e anche fisica. Sarà però proprio la solitudine a regalarle una dimensione nuova di apertura verso gli animali, verso la natura e soprattutto verso se stessa e a conferirle una nuova valorizzazione di sé.Sarà stato il 1996 credo (forse anche il '95 o addirittura il '94) e un amico dell'Università mi consigliò questo libro, forse mi ricorderò sempre di lui per questo anche se sono anni che non ci vediamo più e chissà se lo rifaremo, l'ho letto allora, l'ho riletto ultimamente e probabilmente lo rileggerò ancora. E' un libro praticamente senza trama, fatto di gesti quotidiani, grandi piccoli e piccolissimi, anche ripetitivi, ma mai noioso. Un libro sulla paura della solitudine ma anche sulla forza che può scaturire proprio dalla solitudine. Il più bel libro che abbia mai letto.
La prima pagina:
"Oggi, 5 novembre, inizio la mia cronaca. Annoterò tutto con la massima precisione possibile. Ma non so neppure se oggi sia veramente il 5 novembre. Nel corso dell'ultimo inverno ho smarrito alcuni giorni. Non sono in grado di dire che giorno della settimana sia. Credo però che ciò non abbia molta importanza. [...] Non scrivo per il gusto di scrivere; vi sono costretta dalle circostanze, se non voglio perdere la ragione. Non c'è nessuno che possa occuparsi o aver cura di me. Sono completamente sola, e devo tentare di sopravvivere ai lunghi, bui mesi dell'inverno. Non conto che queste annotazioni vengano mai trovate. Per ora non so nemmeno se lo desidero. Forse lo saprò quando avrò finito di scrivere questa cronaca. Mi sono imposta questo compito per impedirmi di fissare il crepuscolo e di aver paura. Perché ho paura. Da ogni lato la paura striscia verso di me, e non voglio attendere che mi raggiunga e mi sconfigga. Scriverò fin quando annotta, di modo che questo nuovo, insolito lavoro mi affatichi la mente, la renda vuota e sonnolenta. Non temo il mattino, solo i lunghi pomeriggi crepuscolari."
Una vecchia signora indiana in una botteguccia di Oakland, California, con le sue mani nodose sfiora polveri e semi, foglie e bacche, alla ricerca del sapore più squisito o del sortilegio più sottile. E' Tilo, la Maga delle Spezie. La sua storia inizia in uno sperduto villaggio indiano dove la rapiscono i pirati, attratti dai suoi arcani e misteriosi poteri, per portarla su un'isola stregata e meravigliosa. Lì Tilo apprende la magia delle spezie che in America le permetterà di aiutare chi, come lei, si è lasciato l'India alle spalle. Nella Bottega della Maga, dunque, sfilano vite e desideri, fatiche e speranze d'immigrati, e le spezie, con i loro mille, minuscoli occhi, scrutano ogni gesto della loro signora.
Il racconto dell'isola sconosciuta / José Saramago. - Torino : Einaudi, 2003. - 29 p. ; 19 cm. - (L'arcipelago Einaudi ; 39). - ISBN: 8806166514
Datemi una barca, disseE voi a che scopo volete una barca, si può sapere
Per andare alla ricerca dell'isola sconosciuta, rispose l'uomo, Che isola sconosciuta, domandò il re con un sorriso malcelato, quasi avesse davanti a sé un matto da legare, di quelli che hanno la mania delle navigazioni, e che non è bene contrariare fin da subito, L'isola sconosciuta, ripeté l'uomo, Sciocchezze, isole sconosciute non ce ne sono più. Chi ve l'ha detto, re, che isole sconosciute non ce ne sono più, Sono tutte sulle carte, Sulle carte geografiche ci sono soltanto le isole conosciute, E qual è quest'isola sconosciuta di cui volete andare in cerca, Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta, Da chi ne avete sentito parlare, domandò il re, ora più serio, Da nessuno, In tal caso, perchè vi ostinate ad affermare che esiste, Semplicemente perché è impossibile che non esista un'isola sconosciuta, E siete venuto qui a chiedermi una barca, Sì, sono venuto qui a chiedervi una barca, E chi siete voi, perché io ve la dia, E chi siete voi, per non darmela, Sono il re di questo regno, e le barche del regno mi appartengono tutte, Piuttosto appartenete voi a loro e non loro a voi, Che volete dire, senza le barche, non siete nulla, e che loro senza di voi, potranno sempre navigare...
Il giullare / Ivano Fossati. - 2. ed. - [Roma] : Stampa alternativa, 1991. - 61 p. ; 15 cm. - (Millelire) . - ISBN: 88-7226-073-6