Giovedì 9 marzo scorso si è svolto, tra le iniziative collaterali al Convegno "La biblioteca su misura", il Primo incontro nazionale Biblioatipici, di cui avevamo dato notizia qui.
In attesa di fornire un resoconto dettagliato della manifestazione, iniziamo a pubblicare alcuni degli interventi che sono stati presentati, a partire da quelli di persone del nostro gruppo: Livia, Stefano, Susanna e Tessa
LE ARMI DELL’ATIPICO: CONOSCENZA E UNITÀ – di Tessa Piazzini
Il mio intervento sarà breve.
Avrei voluto parlare, come altri faranno, della mia esperienza di atipica, peraltro ad oggi positiva.
Non sono infatti contraria all’utilizzo dell’atipicato nel mercato del lavoro di per sé, se questo volesse realmente dire flessibilità, e non, come purtroppo accade sempre più spesso, precarietà.
Sono favorevole al suo uso non al suo abuso.
Credo infatti che ci siano anche degli aspetti positivi – non parlo ovviamente della questioni salariali o delle tutele sindacali – per chi si trovi, però, alle prime esperienze lavorative: permette una certa flessibilità nell’organizzazione del proprio tempo, di conoscere più realtà e di acquisire esperienze varie (non necessariamente sempre positive) e, da un punto di vista personale, permette di comprendere, a volte anche per esclusione, a cosa siamo realmente interessati e verso cosa vorremmo indirizzare o meno la nostra futura carriera.
Molti di noi infatti escono da un’università che, nonostante la recente riforma che ha portato all’introduzione di tirocini e stage formativi, non ci prepara al mondo del lavoro, ma ci fornisce solo basi teoriche, difficilmente spendibili: una fase di transizione, di ingresso e di passaggio attraverso più esperienze credo che non possa che essere utile.
Ma questa fase deve avere un termine, perché la flessibilità, o in questo caso con termine più appropriato, la precarietà, è per sua stessa natura “precaria” e deve quindi avere durata limitata.
Dopo due, tre anni al massimo vissuti in tale condizione, una persona ha bisogno di certezze, di solidità, economica ed emotiva, di serenità per poter costruire la propria vita ed affrontarla con dignità e positività.
La questione morale dovrebbe avere più peso di quanta non ne abbia oggi, ma non può prescindere dalla pratica e soprattutto non può prescindere dalla realtà.
Credo che una delle armi che dovremmo imparare ad usare sia la conoscenza: mi riferisco alla conoscenza delle leggi, della Legge Biagi nello specifico, dei regolamenti e dei loro cavilli, in modo da conoscere i nostri diritti e i nostri doveri, così come quelli dei nostri datori di lavoro, biblioteche e cooperative in primis.
È vero che ci sono poche regole e mal applicate, c’è molta confusione e molta noncuranza, se non a volte vera e propria malafede nel nostro settore, ma c’è anche, e questo è un mea culpa, molta ignoranza da parte nostra.
Un concorso di colpa che permette a tale situazione di perdurare.
E qui mi rivolgo all’AIB.
Abbiamo tutti seguito la diatriba sulla distinzione tra AIB come Associazione Italiana Biblioteche e AIB come Associazione Italiana Bibliotecari, una distinzione che ci confonde e che ci divide, più di quanto non facciano le infinite polemiche su “tipici vs atipici”.
E’ un sillogismo molto semplice: le biblioteche sono fatte da bibliotecari, altrimenti sono solo depositi di libri; attualmente la maggior parte della forza lavoro nelle biblioteche è composta da atipici e quindi l’AIB non può che esserne rappresentante.
E credo che, in quanto rappresentante, l’Associazione dovrebbe impegnarsi seriamente e con capillarità, a livello di sezioni regionali, per esempio, nel promuovere e organizzare workshop, giornate di studio, veri e propri seminari per spiegare punto punto in cosa consista la nuova legge sul lavoro, come sia ad oggi organizzato in termini pratici (tecnici e burocratici, oserei dire) il mercato del lavoro nel nostro settore, quali siano quindi i nostri diritti e i nostri doveri e quelli delle biblioteche e delle cooperative, cosa possiamo esigere e cosa no, per cosa dobbiamo lottare perché cambi.
La conoscenza e l’unità sono le nostre uniche armi.
E questi incontri dovrebbero essere aperti a tutti, soci e non, perché, come ha dimostrato il documento presentato all’ultimo congresso nazionale AIB a Roma e che tutti noi abbiamo sottoscritto, molti di noi non sono soci proprio perché non si sentono rappresentati.
E’ vero, ci sono già stati incontri e seminari.
Ricordo quello di Firenze nel maggio 2005 sull’esternalizzazione in biblioteca, ma metteva a confronto solo coloro che offrono servizi con coloro che li richiedono: ditte e biblioteche.
Dei lavoratori non vi era pressoché traccia, nonostante il rappresentante CGIL-Nidil!
Questi incontri finora sono sempre stati una sorta di camere a compartimenti stagni: ogni attore si confrontava con se stesso o al massimo con un suo pari, in maniera speculare.
Ho visto con piacere che il Congresso nazionale AIB 2006, in programma a Roma il prossimo ottobre, verterà proprio su queste tematiche e mi piacerebbe che questo lasso di tempo venisse utilizzato per colmare queste lacune e per prepararci ad affrontare con consapevolezza e onestà le questioni sul tavolo.
Noi promettiamo impegno e partecipazione, chiedo all’AIB responsabilità e collaborazione!
Tessa Piazzini lavora da due anni con contratto a progetto presso la ditta Casalini libri di Fiesole (Firenze). Collabora inoltre dal marzo 2005 con la Commissione RICA al progetto di revisione e riscrittura delle nuove regole di catalogazione italiane.
Hai ragione Tessa: sarebbe essenziale arrivare al congresso 2006 con una chiara idea di cosa l'AIB dovrebbe e potrebbe fare se volesse rappresentare "la maggioranza dei bibliotecari italiani" cioe' gli atipici.
Saremo in grado di farlo? E'una domanda che rivolgo a tutti.
La questione e'cruciale per noi e, se mi si passa la retorica, anche per le patrie...
biblioteche.
Livia