Il prezzo dell’esternalizzazione: dal ribasso economico a quello professionale / Stefano Bolelli Gallevi
Come ricordato da Gigliola Marsala nel suo intervento al Seminario AIB Esternalizzare in biblioteca, nelle aziende assegnatarie di appalti, che operano tipicamente nella prestazione di servizi, riveste un’importanza centrale il capitale umano, più che l’innovazione tecnologica o il processo produttivo. La Marsala nota anche come “una buona qualità del servizio non può prescindere da un trattamento economico e normativo soddisfacente per il personale impiegato”, e sottolinea come ad “appalti con costi ridicoli” segua spesso inefficienza e lunghi tempi di esecuzione.
Ma come è possibile che uno o più servizi vengano appaltati a costi ridicoli?
Eppure sappiamo quanto ormai siano frequenti appalti di tal genere, tanto frequenti da costituire ormai la norma. Come è possibile tutto questo? Quali sono i meccanismi che hanno creato, o contribuito a creare questa anomalia che non esiterei a definire “strutturale”?
I costi ridicoli sono la conseguenza di un meccanismo, ad oggi mai messo in discussione nella normativa sull’outsourcing, che ha reso e sta rendendo insopportabile la condizione dei bibliotecari dipendenti delle imprese appaltatrici: il ribasso della base d’asta di una gara.
Nonostante la normativa vigente (e anche le Linee guida sui requisiti di qualificazione dei gestori in esterno di attività dei servizi bibliotecari dell’Osservatorio lavoro dell’AIB1) precisino che “nelle scelte […] non deve prevalere una motivazione squisitamente economica” (cito dalle Linee guida), di fatto il ribasso dell’offerta sembra essere la determinante principale dell’assegnazione di una gara.
E’ vero che la normativa prevede l’eccesso di ribasso, che dovrebbe servire da deterrente a questo meccanismo. Peccato però che tale strumento sia facoltativo e a carico dell’ente appaltatore; il messaggio sembra essere che è giusto fornire un servizio sottocosto, ma senza esagerare…
L’appalto in esterno di servizi, dicono le Linee guida dell’AIB, deve portare anzitutto risparmio economico: non vedo come si possa interpretare diversamente il passo, a pag. 9: “l’economicità è il presupposto di tutta la riforma della pubblica amministrazione”. Si deve tenere presente come economicità sia un termine ambiguo, che comprende sia valutazioni meramente contabilistiche, sia di carattere qualitativo. Si prevede anche il caso in cui le valutazioni di carattere qualitativo possono prevalere su quelle di ordine prettamente economico, ma appare evidente l’accento, anche solo terminologico, su questo secondo aspetto. La qualità è, nei fatti, un optional successivo, e anche quando apparentemente conta di più, viene spesso nominata per seconda. Esemplare il secondo paragrafo di pag. 19 delle Linee guida (cap. 4, I presupposti dell’affidamento in outsourcing): “Le motivazioni [...] sono sostanzialmente riconducibili ai costi, alle risorse, ai tempi connessi al loro espletamento, o comunque alla promozione della loro qualità complessiva”.
A prescindere dal tipo di appalto, si chiamano le imprese da un lato a fare l’offerta economica più bassa possibile, dall’altro a offrire i servizi migliori possibili. Il paradosso, nelle linee guida, viene spiegato a pag. 21, dove si dice che “offerta economicamente più vantaggiosa, in cui si tiene conto del prezzo e di una serie di altri elementi [...] in luogo dell’offerta economica in cui invece prevale solo il prezzo più basso.
Credo risulti confermato quanto dicevo prima, e cioè come la normativa attuale, e quel che è peggio le Linee guida che ne sono interpretazione, mescolino prezzo e qualità in un amalgama che non tiene conto di un problema sostanziale: dato un prezzo a un servizio, al decrescere del primo decresce, almeno altrettanto, la qualità del secondo.
La normativa stabilisce che, per ciascun appalto, l’ente appaltatore debba stimare un importo, che quindi è il prezzo giusto per quel servizio e NON dovrebbe poter essere ribassato. Questo perchè un servizio è una merce diversa da un computer o dalla carta igienica: il suo deprezzamento ha un effetto diretto e di uguale segno sulla qualità, e cosa ancora più importante, sul lavoratore che lo eroga.
Un oggetto materiale, ha una serie di variabili (il magazzino, il costo dei materiali, ecc.) che consentono l’estrema flessibilità del prezzo di vendita; queste variabili nella fornitura di un servizio non ci sono, e una ditta che fornisce la ricollocazione dei libri non ha modo di recuperare il ribasso fatto per vincere una gara se non vincendone un’altra con un prezzo più alto; tuttavia, non è detto che per le due gare possa usare gli stessi dipendenti, e quindi il recupero può non essere sufficiente a coprire sia la ditta che i lavoratori.
Indirettamente, questa situazione porta le aziende a diversificare gli ambiti di intervento, e infatti molte imprese che offrono servizi alle biblioteche forniscono anche tutt’altro tipo di servizi a tutt’altro tipo di enti: questo permette di assorbire le perdite di ciascun comparto, ma chiaramente a spese della qualità, almeno di alcuni di essi.
Meno un servizio viene pagato, meno sarà buono: il caso delle biblioteche è talmente esemplare da questo punto di vista, che la regola sopra esposta vale anche per la scheda catalografica, che potremmo definire un semi-servizio in quanto pur essendo sicuramente più vicina ad un oggetto di, poniamo, un prestito, resta in maniera preponderante imprescindibilmente legato alla persona che lo eroga.
E’ noto come il dare un prezzo alla soggettazione e classificazione abbia reso i cataloghi automatizzati sostanzialmente dei cataloghi per autori e basta. In sostanza, in sede di conversione di cataloghi cartacei e recupero retrospettivo è passata la regola che privilegia la quantità alla qualità. Regola discutibile, ma che perlomeno ha rappresentato un fenomeno non condivisibile ma lineare: la catalogazione semantica non la pago, quindi non la ottengo.
Con il ribasso della base d’asta, però, la situazione è cambiata: non esiste più un prezzo minimo, e una catalogazione semantica può costare quanto una per autore e titolo, col risultato che il catalogatore, per rientrare nelle medie orarie, impiegherà per una catalogazione semantica quanto per una per autori, e per una per autori il tempo di una descrizione senza intestazioni, e forse non verrà accurata neppure quella, se è un materiale speciale.
Sono queste gare a sporcare i cataloghi delle biblioteche, non i catalogatori ”esterni”, spesso invece assai qualificati, non di rado più di quelli “di ruolo”.
Tutto questo può e deve essere corretto. La mia proposta è di cominciare col bandire il ribasso da qualunque esternalizzazione riguardante un servizio, in modo da fissare un prezzo e far competere le imprese sull’offerta migliore in termini di qualità. Non credo certo che serva a risolvere tutti i problemi, ma almeno è concretamente realizzabile in tempi brevi.
Questo provvedimento è urgente, perché il meccanismo delle gare al ribasso sta distruggendo il mercato delle ditte appaltatrici, con conseguenze terribili sui lavoratori.
Un dipendente a tempo indeterminato di una ditta appaltatrice non ha margini di sicurezza del lavoro, a prescindere dalla ditta per cui lavora, e se è chiaro che in parte si tratta di un dato psicologico dovuto al maggiore fattore di rischio del lavoro privato rispetto a quello pubblico, è altrettanto chiaro che attualmente un dipendente a tempo indeterminato di una ditta appaltatrice di servizi bibliotecari è molto più vicino ad uno, con analogo contratto, di una ditta di pulizie che non ad un dipendente, sempre a tempo indeterminato, di una qualsiasi agenzia bibliografica come Casalini o Burioni.
Per capirsi, mentre un’agenzia bibliografica, se perde un appalto per la vendita dei libri a Catania, può rifarsi con un’analoga commessa a Bergamo mantenendo gli stessi dipendenti, una ditta che fornisce la ricollocazione dei libri ha molte meno possibilità in questo senso: se è pur vero che ormai le imprese si spostano, è anche vero che nelle diverse città dove vincono le gare si trovano ad utilizzare, almeno in parte, lo stesso personale che, in quelle città, ha sempre lavorato.
E’ ormai fatto normale per catalogatori, ricollocatori e bibliotecari in genere, aver lavorato nella stessa biblioteca o sistema bibliotecario per più ditte: fattore di incertezza di per sè per il lavoratore, spesso accompagnato dal decrescere della retribuzione (a parità di mansioni svolte) per effetto dei ribassi di gara.
Conosco il caso di alcuni catalogatori di manoscritti fiorentini esasperati dal dover fare sempre lo stesso lavoro, sempre nelle stesse sedi, sempre a minor prezzo.
Inoltre, per un bibliotecario, a parità di mansioni, un contratto del pubblico impiego è migliore rispetto ad un contratto collettivo nazionale del commercio o multiservizi. Migliori sono sia lo stipendio che le garanzie; se ferie, permessi, malattie sono simili, c’è grande discrepanza sugli orari: quelli di un dipendente di impresa appaltatrice sono rigidi, mentre spesso quelli dell'impiegato pubblico sono elastici, permettono recuperi e migliore gestione della vita privata2. Inoltre, a parità di mansioni il dipendente pubblico ha uno stipendio piu' alto ed è meno responsabile di quello che fa (per effetto della catena dirigenziale).
Infine, la sua produttività incide sul suo stipendio solo nel senso dell’incentivazione e non in quello della penalizzazione, e non ha effetto sulla prospettiva della continuità del lavoro.
Non è chiaro se questo abbia un senso: sicuramente non va nella direzione del rispetto della professione, visto che un bibliotecario è sempre un bibliotecario, sia che lavori per un ente pubblico che per una ditta. Nei fatti, produce uno squilibrio: oggi, nell’immaginario collettivo, bibliotecari sono solo i dipendenti a tempo indeterminato, gli altri sono ‘esterni’ nel migliore dei casi, “quelli delle cooperative” nel peggiore.
E’ chiaro che ‘esterni’ non ha valore spregiativo di per sè, ma certamente marca una differenza, che poi nei fatti è tutta da verificare: la ditta Palinsesto ha in gestione la biblioteca dei servizi bibliografici di Firenze: i suoi dipendenti possono essere definiti ‘esterni’ a quella biblioteca?
Il problema, a ben pensarci, è complesso, e forse andrebbe riformulata la domanda: ha senso definirli esterni? O meglio: cosa comporta usare una parola che richiama immediatamente la marginalità rispetto al compito?
Se nei fatti con tale definizione si marca solo la non appartenenza diretta all’ente, psicologicamente si sottende uno statuto di estraneità chiaramente negativo rispetto allo stereotipo per cui il/la bibliotecario/a è di età avanzata e conosce a memoria la sede dove lavora, quando non si identifica con essa.
Evidentemente l’estraneità non ha solo connotazioni negative, tuttavia quelle positive sono ambigue. A molti catalogatori atipici sarà capitato di essere accolti come portatori di novità, salvo poi essere oggetto di invidia, o vedersi rifiutare proposte ed idee.
La situazione attuale vede bibliotecari con lauree specifiche (anche più di una), master, molta attenzione all’aggiornamento, conoscenza delle lingue straniere e antiche, immediata familiarità con le nuove tecnologie, conoscenze specifiche per il trattamento di materiali speciali e altro ancora3, vivere una vita professionale chiaramente insoddisfacente per la larga maggioranza e che, in alcuni casi limite, arriva ad essere umiliante. Mi riferisco a quanti, appartenenti a fasce socialmente più deboli, non riescono a tirare avanti a causa degli stipendi sempre più bassi e l’assoluta incertezza sulla possibilità di lavorare con una accettabile prospettiva di continuità.
Concludo dicendo la mia sulla questione, circolata nella lista biblioatipici, se l’AIB sia l’associazione delle biblioteche o dei bibliotecari.
Personalmente, ritengo che sia un falso problema: la biblioteca senza bibliotecari è solo una raccolta di libri, per diventare servizio ha bisogno di personale, non importa se tipico o atipico, purchè qualificato per le mansioni che svolge e garantito almeno nei suoi diritti di base: equa retribuzione e tutele sindacali.
Io credo che l’AIB si trovi a fronteggiare una realtà bibliotecaria italiana fatta di istituti in crescita, numerica e qualitativa, in cui lavorano sempre meno bibliotecari senza prospettiva di ricambio; date queste premesse, e per chiudere col sorriso, suggerisco, da socio, all’AIB di fare propria una nota frase risorgimentale dicendosi: “abbiamo fatto le biblioteche, ora dobbiamo fare i bibliotecari”!
1 Associazione italiana biblioteche. Linee guida sui requisiti di qualificazione dei gestori in esterno di attività dei servizi bibliotecari. Roma : Associazione italiana biblioteche, 2004
2 Punto particolarmente insidioso, perchè spesso le imprese vanno a coprire proprio quei buchi creati dalle garanzie degli strutturati, col risultato che quello delle imprese diventa il ‘lavoro sporco’ che nessun dipendente vuol fare
3 Da notare come questi skills che caratterizzano i giovani bibliotecari precari, non fossero probabilmente proprio il bagaglio-tipo dei giovani di ruolo di dieci anni fa
Stefano Bolelli Gallevi lavora con contratto a progetto per la cooperativa Libercoop di Pisa, collabora dal marzo 2005 con la Commissione RICA al progetto di revisione e riscrittura delle nuove regole di catalogazione italiane, ed è laureando in Scienze archivistiche e biblioteconomiche presso l'Università di Pisa.

Commenti
Magnifico intervento Stefano, mi togli le parole di bocca. Condivido assolutamente tutto quel che dici, in particolare riguardo alla relazione tra ribasso dei prezzi > ribasso della qualità > ribasso del riconoscimento professionale. Dai bibliotecari esterni si esige il massimo della competenza (quindi qualità) e il massimo della quantità, senza adeguati riconoscimenti né economici, né professionali. E fai bene a dire che ci si sente in certi casi umiliati. E' per questo che ho cambiato lavoro... con tanti saluti ai signori bibliotecari dipendenti e ahimé alle biblioteche. Non credo di essere l'unica ad essere stata costretta a fare altro per sopravvivere.