Continuiamo con la presentazione degli interventi che alcuni componenti del gruppo Biblio(a)tipici hanno presentato al Primo incontro nazionale, svoltosi la scorsa settimana a Milano.
Da atipica a strutturata: come cambia la percezione del lavoro / di Susanna Dal Porto.
Il mio intervento prende spunto dalla mia esperienza lavorativa, quindi sarà senz’altro soggettivo ma credo anche in parte condivisibile. Sottolineo in parte, consapevole del fatto che ogni lavoratore atipico ha una storia a sé. C’è una grande frammentarietà nel panorama del lavoro atipico che fino ad ora ha impedito una salda coesione tra i lavoratori.
Attualmente sono una lavoratrice strutturata, sono stata atipica per circa due anni avendo lavorato come lavoratrice co.co.co. di una biblioteca di ente locale in Toscana. Ho lasciato quel lavoro essendo stata assunta a tempo indeterminato all’Università di Pisa, Sistema Bibliotecario di Ateneo. Sono stata assunta perché mi ero piazzata in una graduatoria di un concorso per assistente bibliotecario, espletato nel 2002 (sono stata assunta a distanza di 3 anni pur essendomi piazzata molto bene, 3. posizione in graduatoria).
Dunque il mio primo approccio con il mondo lavorativo dopo la laurea in biblioteconomia è stato il lavoro atipico. Premetto che per me essere stata atipica significa essere stata prima di tutto precaria quindi aver avuto contratti di breve durata, a volte di brevissima durata, 2 o 3 mesi rinnovati di volta in volta senza mai sapere fino all’ultimo giorno di scadenza del contratto se ci sarebbe stato un rinnovo. È una precisazione necessaria perché ci sono vari livelli di precarietà nel lavoro atipico.
La durata della mia esperienza atipica non si può senz’altro definire breve perché in due anni si assapora tutto il senso dell’incertezza e dell’insicurezza della propria posizione lavorativa, tuttavia, considerato che molti miei coetanei, precari lo sono ancora e chissà per quanto altro tempo lo resteranno, posso senz’altro dirmi fortunata.
L’obiettivo di questo intervento tuttavia non è quello di parlare delle condizioni contrattuali dell’atipico rispetto al lavoratore strutturato o del suo senso di precarietà: è indubbio che le mie condizioni di vita personale sono migliorate rispetto al passato in seguito a un netto miglioramento della condizione contrattuale. È altrettanto fuori discussione la conquista di sicurezza e senso di prospettiva per il futuro che questa assunzione mi ha garantito
L’obiettivo che invece mi pongo in questa sede è quello di presentare delle semplici osservazioni su come è cambiato il mio modo di percepire il lavoro da atipica a strutturata.
Mi propongo di accennare anche ad un argomento che è poco presente quando si parla di lavoro atipico cioè le opportunità di crescita professionale.
Penso infatti che gli anni immediatamente successivi alla laurea siano strategici per la formazione della professionalità di ciascun individuo e per la definizione del proprio ruolo professionale.
Sono anche anni in cui si assorbe molto dall’ambiente e dalle condizioni in cui ci si trova a lavorare.
Purtroppo quando si parla di lavoro atipico si parla molto poco di crescita professionale sicuramente perché ci sono problemi più gravosi e più sentiti da risolvere, cioè la continuità del lavoro, la certezza dello stipendio ecc.. e conquiste più urgenti da ottenere (le ferie, le malattie, ecc..). Ciò non toglie che il lavoro atipico possa portare con sé anche una scarsa opportunità di crescita professionale, questo è perlomeno quello che ho ricavato dalla mia esperienza.
Ritornando infatti alla mia esperienza diretta da atipica, la mia collaborazione con la biblioteca consisteva nello svolgere funzioni di supporto, comunicazione, staff, catalogazione al fine di sviluppare l’attività di un servizio ben definito della biblioteca. Di fatto le mie mansioni non erano legate ad un progetto a sé stante ma ero integrata col personale interno: infatti svolgevo esattamente le attività di un qualsiasi dipendente: catalogavo, tenevo la gestione dei periodici, preparavo gli ordini di acquisto dei libri, e le altre attività che in breve si possono riassumere con la gestione ordinaria e quotidiana di una biblioteca. Il mio inquadramento contrattuale era più o meno equiparabile a quello di un dipendente di categoria D.
Rispetto al mio inquadramento contrattuale mi sono trovata ad affrontare, da subito, 3 grosse incongruenze:
1. la responsabilità mediata: significa che io di fronte all’Ente bibliotecario non ero responsabile del mio lavoro ma ero affidata a un lavoratore dipendente al quale dovevo sempre fare riferimento. Anche nel contratto si ribadiva questa posizione con le parole “si nomina responsabile del procedimento il signor tal de tali ecc.”.
Adesso che sono strutturata colgo appieno la differente posizione: una delle soddisfazioni più grandi che ho in questi primi mesi da lavoratrice dipendente è proprio avere la piena responsabilità del lavoro che svolgo e non vederla alienata a qualcun altro. Anche i miei colleghi sono ugualmente responsabili del loro lavoro, poi ovvio c’è chi ha una responsabilità maggiore e chi una minore, a seconda del ruolo.
Non è una questione da poco: l’atipico si trova infatti a non avere un’autonomia professionale distinta ma alla fine è completamente alla mercè del lavoratore dipendente al quale deve fare riferimento; quest’ultimo d’altra parte è caricato di un onere aggiuntivo non indifferente.
2. la paternità non riconosciuta, l’Ente (bibliotecario) non considerava me autrice del lavoro che svolgevo o, per essere più chiari, io non firmavo il mio lavoro come invece faccio abitualmente adesso (in senso reale e in senso lato).
Anche questo non è un problema da poco: non si tratta solo di mancata gratificazione professionale ma si tratta di una sorta di spoliazione del prodotto del proprio lavoro, un po’ come accade ai ghost writers.
Non è mia intenzione generalizzare perché sicuramente ci sono lavoratori atipici che hanno una responsabilità diretta nei confronti dell’ente e non mediata come è accaduto a me, così come ci sono atipici ai quali viene pubblicamente riconosciuto il proprio lavoro.
Tuttavia il mio non è un caso isolato: per esempio conosco il caso di un fondo librario fatto catalogare da una biblioteca in outsourcing: la catalogazione è stata eseguita completamente da due dipendenti di una ditta. Alla fine del lavoro, la biblioteca ha pubblicato il catalogo senza menzionare nella pubblicazione né la ditta né i due dipendenti.
Questi due aspetti della responsabilità mediata verso l’ente e del mancato riconoscimento della paternità del proprio lavoro, a mio avviso, costituiscono un problema strutturale da risolvere di un certo tipo di contratti atipici, non una situazione isolata nella casistica generale.
3. la marginalizzazione: la mia posizione di atipica mi precludeva la conoscenza delle linee di sviluppo e degli obiettivi che l’Ente si proponeva di raggiungere anche con il mio lavoro.
Penso sia un punto cruciale e comune a molti lavoratori atipici: è lo strutturato il portatore unico dei fini istituzionali dell’Ente, l’unico depositario degli obiettivi ultimi dell’attività lavorativa. Questo per un lavoratore atipico significa trovarsi a lavorare con le braccia ma senza testa, o al buio, non essendogli dato sapere verso quale direzione sta guardando l’ente per il quale lavora.
Ne segue un’emarginazione dell’atipico visto come ‘esterno’ del tutto negativa: sicuramente negativa per l’atipico ma forse altrettanto negativa per la biblioteca: una persona che si sente emarginata e non motivata può anche decidere che non vale la pena essere scrupolosi e lavorare diligentemente, con conseguente perdita di qualità del lavoro a danno dell’immagine della biblioteca.
Per concludere, queste 3 caratteristiche che sono strutturali di un certo tipo di lavoro atipico, ovviamente anche in questo caso non voglio generalizzare, generano effetti molto negativi e instaurano una condizione lavorativa insoddisfacente e frustrante: dove l’atipico svolge mansioni di un lavoratore dipendente, pur essendo considerato esterno e non autore del proprio lavoro.
Allora quello che chiedo è questo: E’ giusto che a un professionista sia negata la possibilità di lavorare in autonomia e per obiettivi, solo perchè non diretto dipendente della biblioteca? Non se ne impedisce la maturazione professionale? Il problema è complesso, e investe ruolo e funzioni dei dipendenti “esterni” in una biblioteca. Certo è, d’altro lato, che a nessuno dovrebbe essere sottratta la paternità del proprio lavoro.
Adesso che sono strutturata, alla fine di ogni giorno di lavoro sento di avere costruito qualcosa, a cominciare dal rapporto di fiducia che sto instaurando piano piano con i miei utenti (professori e studenti) e dalla loro fidelizzazione al servizio che ogni giorno offro.
Quando ero atipica ogni giorno ripartivo da zero.
Cito Solimine da Gestire il cambiamento: "Frequentemente si ricorre a forme di outsourcing per la realizzazione di progetti speciali e per lavori anche molto qualificati, che potrebbero essere un'importante occasione di crescita professionale per il personale interno. E' giusto avvalersi di questo genere di collaborazioni, anche per evitare che alcuni progetti a termine abbiano l'effetto di appesantire l'organico della struttura con profili professionali che possono non essere necessari in via permanente, ma – […] - sarebbe preferibile che esse venissero utilizzate in lavori, come ad esempio la catalogazione, che non comportano un contatto diretto con il pubblico, o in attività che non comportano un ritorno in termini di know how, che invece potrebbe rivelarsi utile ai fini della gestione complessiva della struttura."
[G. Solimine (a cura di), Gestire il cambiamento. Milano: Editrice Bibliografica, 2003, p. 34]
A mio avviso questo significa considerare il lavoratore atipico non come una risorsa umana per la biblioteca, al pari di un lavoratore dipendente, ma fare di esso un mero uso strumentale.
Certo che è giusto valorizzare il personale interno ma questo non deve avvenire a discapito degli atipici; inoltre il catalogo resta uno degli strumenti più importanti della biblioteca e il bibliotecario che non cataloga non conosce la sua biblioteca.
A tal proposito non si può dimenticare la responsabilità dei dirigenti ad esercitare una buona managerialità, cioè una buona gestione di tutto il personale, distribuendo e dividendo tra tutti le singole parti dell’OBIETTIVO complessivo che la biblioteca si pone, non sulla base dell’inquadramento contrattuale, ma sulla base delle capacità e delle attitudini di ciascuno.
Infine un brevissimo cenno a un altro elemento di cui si parla troppo poco: la responsabilità delle generazioni che ci hanno preceduto di insegnare il lavoro, con un’espressione di fare bottega.
Questo passaggio è completamente mancato a me così come a molti miei coetanei, da una parte perché senz’altro si tratta di un valore che si è perso in questi anni un po’ in tutte le professioni, dall’altra parte perché non si deve dimenticare che per anni la nostra professione è stata esercitata da persone che avevano studiato altro, che venivano anche da altre professioni e che i primi laureati nelle nostre materie sono in maggioranza atipici.
Adesso vorrei chiudere con una riflessione molto bella di un amico bibliotecario atipico che purtroppo non è potuto essere qua. Lui confronta due delle sue esperienze lavorative da atipico: a Livorno dove catalogava a cottimo per una ditta che aveva vinto un appalto per una biblioteca e a Napoli dove invece ha un contratto co.co.co. con un Ente religioso per la catalogazione e la gestione di un fondo antico della biblioteca.
Si tratta di due esperienze di segno opposto: una negativa, l’altra positiva, a dimostrazione del fatto che il lavoro atipico, se ben amministrato, può dare anche molte soddisfazioni.
Riferendosi alle sue varie esperienze lavorative dice:
“Voglio raccontarti una sensazione che ho avuto confrontando il lavoro di Livorno con quello di Napoli: a Livorno non mi sentivo, nel modo più assoluto, coinvolto negli obiettivi della biblioteca, mentre qui a Napoli sono andato oltre. Non solo mi sento coinvolto nell’obiettivo della biblioteca, cioè sollecitare la comunità monastica affinché conosca e apprezzi il proprio patrimonio librario, ma mi sembra quasi di plasmarlo quell’obiettivo perché sono io a farlo crescere e a indirizzarlo. Mi sono immerso e immedesimato completamente nel lavoro, è molto bello e professionale nel senso che ogni giorno mi dico: io faccio questo lavoro!”
Susanna Dal Porto si è laureata in biblioteconomia nel 2003, relatore: prof. Petrucciani. Ha lavorato come catalogatrice per la società Teknesis srl di roma presso la Biblioteca Labronica di Livorno. Ha lavorato per circa due anni come lavoratrice co.co.co. per la Biblioteca comunale "A. Lazzerini" di Prato, assegnata alla Sezione Multiculturale. Attualmente è dipendente dell'Università di Pisa, Sistema bibliotecario di ateneo.
ho letto con molta attenzione questo post e devo dire che la storia di Susanna e' molto simile alla mia con qualche differenza: io sono ancora precaria e lavoro come co.co.co in una biblioteca dell'Universita' di Lecce da ormai 5 e sono in attesa di prendere servizio a tempo indeterminato (concorso vinto nel 2004!)in una biblioteca comunale, che pero' non e' ancora attiva perche' non ha i fondi per garantire il servizio!
Uno scorcio di vita italiana!!!Purtroppo molte amministrazioni pubbliche utilizzano queste forme contrattuali come "tappa buchi", mentre altre preferiscono negare un servizio all'utenza.
Mi sono occupata soprattutto del rapporto con l'utenza (prestito, reference)in quanto rimpiazzo una unita' mancante (posto vacante!)e per cui non si provvede a bandire un concorso.E' giusto e, soprattutto, opportuno che una persona dopo tanti anni impara a conoscere la biblioteca come la sue tasche, conosce i propri utenti e le loro specifiche esigenze e non appena trova l'opprtunita' di un lavoro stabile, abbandona tutto per ricominciare tutto di nuovo? Per me questo puo' non avere importanza, in quanto l'idea di stabilita' dopo tanti anni in cui ho visto negare i miei diritti di lavoratrice (ferie, malattie, formazione, prospettive di carriera, mancato coinvolgimento nelle questioni che toccavano solo gli altri colleghi)rappresenta un vero traguardo, ma x le amministrazioni costituira' solo un problema di come "rimpiazzare" quel posto ancora vacante!!!
grazie a tutti