Bibliotecari al congresso NIdiL

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Congresso NIDILHo partecipato al Congresso del NIdiL da poco concluso, in rappresentanza dell'AIB.
Ho portato il saluto del Presidente dell'Associazione, intervenendo, insieme ad altri ospiti, dopo la relazione di Emilio Viafora, il segretario generale, in questi termini:

logo AIBPorto il saluto dell'AIB, Associazione Italiana Biblioteche, insieme al ringraziamento per l'invito, graditissimo, a partecipare a questi lavori congressuali e vorrei fare alcune brevi considerazioni.

Come sapete, i lavoratori della conoscenza pagano un prezzo assai alto con la precarizzazione, già molto diffusa, ma ancora crescente, nel nostro settore.
Tra tutti i lavoratori della conoscenza, bibliotecari, archivisti, documentalisti e specialisti dell'informazione in genere sono fortemente penalizzati.

Della relazione di Viafora vorrei sottolineare un passaggio, quello sulla condizione femminile, che è peggiore di quella degli uomini. Nel nostro ambito, infatti, le donne rappresentano la schiacciante maggioranza dei lavoratori e la questione dell'assenza di tutele è particolarmente sentita.

La collaborazione tra le associazioni professionali e il sindacati può essere una forma, utile e praticabile, per tentare di arginare il fenomeno della precarietà del lavoro. Proprio per questo l'AIB, insieme ad altre associazioni professionali del nostro settore, AIDA e IAML-Italia, ha firmato la piattaforma nazionale per gli specialisti dell'informazione e della documentazione operanti con contratti di lavoro non dipendente nel settore pubblico e privato, che il NIdiL ha elaborato. Pensiamo infatti che intraprendere questo cammino insieme, ciascuno con le proprie competenze e nel rispetto reciproco dei ruoli, possa essere un buon inizio. Fondamentale, però, sarà andare avanti insieme e fondamentale sarà che questo primo passo non resti l'unico e non resti solo una buona intenzione, ma che ci si impegni tutti per arrivare a risultati di sempre maggiore concretezza.

Ringraziando NIdiL-CGIL, riporto qui la relazione che Emilio Viafora ha tenuto il 7 febbraio scorso.


Care compagne, cari compagni, graditi ospiti e invitati,

vi ringrazio tutti per la partecipazione a questo nostro secondo Congresso che sono sicuro arricchirà il nostro dibattito.

Siamo arrivati all’appuntamento odierno attraverso un percorso impegnativo.

Per la prima volta abbiamo misurato in modo capillare su tutto il territorio nazionale il lavoro fin qui sviluppato dalla nostra struttura.

È stato un lavoro faticoso ma appassionate perché protagonisti di questo percorso congressuale sono stati i lavoratori con il loro carico di bisogni, aspettative, speranze e interrogativi.

I lavoratori atipici hanno discusso le tesi e le proposte della Cgil non in modo asettico e politicista.

Hanno interloquito con l’insieme della Cgil, partendo dalla loro precarietà e facendo comprendere a tutti noi come la loro condizione sia centrale per ricomporre una nuova unità nel mondo del lavoro.

Ai nostri congressi hanno partecipato 5.906 lavoratori su un totale di 21.759 iscritti.

Abbiamo tenuto 196 assemblee di base e 91 congressi territoriali.

Rispetto al precedente congresso, la nostra rappresentanza è cresciuta del 90%. Solo nel 2005 le adesioni a NIdiL hanno avuto un incremento del 17%.

Sottolineo questi dati con grande soddisfazione perché sono la testimonianza più evidente del valore che ha la contrattazione collettiva nel promuovere il protagonismo dei lavoratori, costruire un’identità collettiva, favorire percorsi di emancipazione e di libertà.

Il forte impulso che abbiamo dato alla contrattazione è stata la scelta politica di fondo che, con coerenza, tutti insieme abbiamo praticato in questi anni.

I risultati sono evidenti: 220 accordi firmati che hanno stabilizzato 18.700 lavoratori precari e hanno assicurato a 120 mila collaboratori tutele sociali e diritti, a partire da quelli sindacali.

La qualità di questo lavoro abbiamo potuto misurarla anche in occasione delle elezioni per il fondo gestione separata Inps, dove abbiamo avuto oltre il 65% dei voti.

La soddisfazione per il lavoro fatto non ci offusca la consapevolezza che ci aspetta un lavoro ancora più impegnativo: sono ancora intollerabilmente troppi i lavoratori privi di diritti e tutele.

Partiamo, però, da una rete organizzativa più solida e ramificata.
In questi tre anni la nostra presenza sul territorio è cresciuta: siamo passati da 45 strutture NIdiL regolarmente costituite alle attuali 91

Tutto quello che abbiamo costruito non è un valore solo per NIdiL: è una risorsa irrinunciabile per la Cgil che, per continuare ad essere il più grande sindacato italiano, deve misurasi con un mondo del lavoro attraversato da mille cambiamenti.

La Cgil compie, in coincidenza del suo congresso, cento anni di vita.

Noi siamo gli ultimi nati, ma proprio questa nascita è la testimonianza della sua vitalità e della sua volontà di aprirsi verso nuovi orizzonti.

Siamo sicuri che questa capacità e volontà di guardare al futuro, di porsi nuovi orizzonti, di praticare e sollecitare la ricerca non verrà meno e che anche il prossimo sarà il secolo del sindacato.

Lo dobbiamo a quanti ci hanno preceduto ed, ancora di più, ai tanti giovani che si trovano per la prima volta in un passaggio tanto incerto per il loro futuro.

Con questo congresso, non vogliamo assolvere un rito auto-celebrativo ma, partendo dai risultati e dai limiti del nostro lavoro, consolidare la consapevolezza che senza l’impegno, la passione e il sacrificio di tutti quanti noi, oggi i lavoratori precari sarebbero più soli e la loro condizione lavorativa peggiore.

Anche se abbiamo agito tra incomprensioni e difficoltà, spesso ingiustamente sottoposti a esami sommari, non ci siamo mai arroccati in una posizione meramente difensiva.

Siamo andati avanti facendo forza sulla nostra creatività, sulla capacità di innovare le nostre politiche rivendicative e contrattuali.

La nostra pragmatica utopia è stata sempre quella di dare valore sociale al lavoro atipico e discontinuo.

Un’utopia così concreta che ha costretto Maroni e Sacconi a intervenire direttamente per contrastare le nostre politiche, smentire le nostre ricerche e fare pressioni sulle nostre controparti per limitare l’azione contrattuale di NIdiL.

Proprio questi tentativi falliti ci dicono che, seppur piccoli, esprimiamo la forza di una grande ragione.

Una ragione che intercetta i bisogni profondi e reali che attraversano la società italiana.

Sicuramente non da soli, ma siamo stati protagonisti di una battaglia politica e culturale tesa a dare visibilità, identità e centralità alle condizioni dei lavoratori più deboli.

Partendo proprio dalla loro condizione, dalla mancanza di diritti, dall’insicurezza nel lavoro e nella vita, abbiamo messo tutti di fronte alle conseguenze che la precarietà scarica sulle famiglie, sul sistema delle relazioni sociali, sulla qualità civile e democratica di un Paese che non riesce ancora a garantire pienezza di cittadinanza a milioni di lavoratori.

Una cittadinanza piena per tutti i lavoratori è possibile solo se, come affermiamo nei documenti congressuali, la Cgil e il sindacato confederare definiranno le priorità necessarie alla costruzione di una nuova e solida unità in un mondo del lavoro che, a causa della crisi, manifesta tendenze corporative.

È proprio il valore e la centralità di questo obiettivo che, pur tra difficoltà e incomprensioni, non ci ha mai fatto smarrire il tratto confederale delle nostre politiche.

L’affiorare di divisioni tra i lavoratori frutto della scomposizione del ciclo produttivo e delle esternalizzazioni, la caduta del potere d’acquisto dei salari e delle retribuzioni, le incertezze che attraversano anche la cittadella del lavoro stabile, mettono a dura prova la tenuta di una visione confederale nelle politiche contrattuali e rivendicative.

Perciò siamo convinti che è necessario rilanciare una più alta idea di confederalità, la sola in grado di dare coerenza e forza alle nostre politiche contrattuali e di welfare.

La parola d’ordine del congresso della Cgil -Riprogettare il Paese: il lavoro, i diritti, i saperi, la libertà - non parla solo ai nostri iscritti e al sindacato, ma all’intera società italiana.

Le scelte che vogliamo compiere nel congresso sottolineano l’autonoma soggettività politica della Cgil che ha definito l’asse strategico della sua azione alla vigilia di elezioni politiche che segneranno nel bene e nel male la vicenda sociale, politica e democratica dell’Italia per un periodo non breve.

Sono scelte di alto profilo perché in grado di ridare fiducia e slancio ad un Paese in declino, fortemente segnato dalle politiche del governo che rischiano di compromettere il ruolo di potenza industriale dell’Italia nel tempo della globalizzazione.

Ormai, il destino industriale e produttivo del nostro Paese di gioca in tempi stretti e in una fase di velocizzazione degli scambi internazionali che hanno ridisegnato profondamente gli assetti produttivi e geo-politici del mondo.

I grandi processi di crescita di Cina e India, e l’emergere sulla scena internazionale di altri paesi del continente sud-americano, possono essere un’opportunità ma impongono una dimensione europea delle scelte e anche un ruolo politico e non solo mercantile dell’Europa.

Intanto, continuano a restare irrisolti nodi di fondo nei rapporti internazionali.

Permangono numerosi focolai di guerra e si affermano pericolosi fondamentalismi religiosi non solo nei paesi arabi, ma anche nel cuore dell’occidente capitalista.

Esemplare è il mix tra logica di guerra e di potenza e il richiamo al fondamentalismo religioso che caratterizza la politica di Bush.

Al contrario, l’Europa deve essere capace di confermare la sua cultura della laicità dello stato, aprirsi al multi-culturalismo e al multi-comunitarismo.

Fondamentale per confermare questa cultura è una politica verso l’immigrazione capace di assicurare non solo integrazione e diritti al popolo dei migranti, ma pienezza di cittadinanza e di opportunità. Essi sono ormai parte integrante della nostra comunità e una ricchezza all’arricchimento economico e culturale dei singoli Paesi europei. Superare la legge Bossi Fini è perciò una necessità per affermare una politica che guardi agli immigrati non con gli occhi del sospetto e dello sfruttamento, ma con quello ben più ricco dell’accoglienza, della solidarietà del riconoscimento delle diversità culturali e religiose come una opportunità per loro e per ognuno di noi.

Proprio puntando a questa dimensione politica dell’Europa, forte dei contenuti del patto di Lisbona, la Cgil ha definito gli assi strategici delle sue tesi.

Le nostre scelte ruotano su uno sviluppo di qualità ed ecologicamente compatibile; su una nuova legislazione del lavoro che cancelli gli effetti della legge 30 e punti alla buona e qualificata occupazione; su un welfare inclusivo che affermi la piena cittadinanza dei lavoratori migranti; su politiche contrattuali e fiscali che ridistribuiscano la ricchezza verso il lavoro e colpiscano la rendita.

Queste scelte presuppongo un nuovo protagonismo di tutti i lavoratori e l’esercizio pieno e diretto della democrazia sindacale.

Indicano un’altra via per la crescita e la competitività. Un modello complessivamente alternativo ad un’idea di globalizzazione centrata sul pensiero iperliberista che tenta di scardinare ogni compromesso sociale tra capitale e lavoro.

La legge 30 è figlia di quest’idea.

Con essa le imprese, che prima avevano interesse alla riproduzione sociale del lavoro, oggi vorrebbero la disponibilità di tutto il tempo delle persone, vorrebbero pagare solo quello utilizzato e sostituire permanentemente la forza lavoro.
Perciò offrono lavori discontinui e precari: un lavoro usa e getta che rende inutile la formazione permanente e il valore della crescita professionale.

Il lavoro è trattato e regolato secondo logiche puramente mercantili crea un mercato senza regole.
Non a caso NIdiL ha scelto da ormai due anni la sua parola d’ordine: Il lavoro non è una merce.

Un mercato non regolato, senza l’intervento della politica è stupido perché guarda solo all’immanenza degli scambi e non valuta i costi che determinate scelte scaricano sull’ambiente, sulla vita delle persone, sulla qualità sociale di un paese.

Aver definito le nostre opzioni politico-programmatiche prima delle elezioni conferma la nostra autonomia dal quadro politico.

Proprio perché autonomi, e non indifferenti, sollecitiamo la sinistra a mettere al centro delle sue politiche il lavoro e il suo valore sociale.
Solo così si può affermare una politica alternativa a quella del centro destra.

La nostra idea di crescita e di sviluppo punta ad una società in cui non sia solo il mercato e l’impresa al centro delle politiche economiche.

È centrale un nuovo intervento pubblico in economia come elemento che regola il mercato e le distorsioni che esso produce se lasciato ad una dinamica non calmierata e governata.

In questa logica, servizi e beni comuni (acqua, scuola, sanità, formazione, ecc.) devono avere carattere universale e perciò mantenere la loro natura pubblica.

Così come è avvenuto nella storia, quando il movimento sindacale pone l’obiettivo dei riprogettare del Paese non basta solo definire le scelte politiche: è necessario individuare anche quali sono i soggetti principali da chiamare a questa vera e propria ricostruzione dell’Italia.

Per noi, protagonisti del cambiamento sono le nuove generazioni di lavoratori, la grande parte dei quali ha rapporti di lavoro precario.


Il sottosegretario Sacconi è impegnato in una forsennata campagna stampa per sottolineare che il fenomeno della precarietà non è poi così diffuso e che i dato che noi forniamo sarebbero truccati e viziati da una visione ideologica e di parte.
Peccato per il sottosegretario, ma i dati da noi forniti sono quelli dell’INPS che lui dovrebbe conoscere meglio di noi. D’altronde il ministero del Welfare, come dirò più avanti, quando pensa di fare uno scambio elettorale con artigiani e commercianti non nasconde le mire di mettere la mani sul ricco fondo dei lavoratori parasubordinati il cui numero se fosse basso come il governo afferma non potrebbe avere quelle disponibilità.
Se in Italia si introducesse una tassa sulle bugie del Governo penso avremmo risanato buona parte del debito pubblico.

Il fenomeno del lavoro precario e discontinuo in Italia è circa il 14% dell’occupazione complessiva. Dato in linea con la media europea, la differenza consiste nel fatto che negli ultimi anni siamo in presenza di un forte trend di crescita.

Dall’entrata in vigore della Legge 30, la nuova occupazione è per il 70% caratterizzata da contratti precari che, per la maggior parte, sono contratti atipici. Solo le nuove collaborazioni sono pari a 493.000.

Cresce in proporzione ridotta il lavoro interinale a causa soprattutto della crisi industriale, e diminuisce il numero delle giornate delle missioni e delle trasformazioni in tempo indeterminato.

Mentre il tasso di occupazione femminile nel lavoro stabile è il 36% degli occupati, nel lavoro discontinuo è del 49,2%. Ciò significa che alle donne si offrono soprattutto lavori precari.

Quelle stesse donne che oggi subiscono attacchi non solo nella loro condizione lavorativa, ma anche in fondamentali diritti.
Lo conferma il tentativo di pezzi della gerarchia ecclesiastica e del mondo politico di centro-destra di modificare la legge 194.

Quando si attaccano i diritti delle donne, così come quando non si riconoscono le diversità culturali e degli stili di vita, si infligge un duro colpo alla laicità dello Stato e alla libertà dei singoli.

Al contrario, lo sviluppo sociale, culturale ed economico di un paese si costruisce attorno alle libertà individuali e collettive.
E il lavoro è condizione della libertà delle persone e della loro possibilità di auto-affermazione.

Perciò la sostituzione del lavoro stabile con contratti atipici, non testimonia solo il fallimento legge 30, ma rappresenta una regressione del Paese.

Le persone sono più incerte e guardano al futuro con preoccupazione. Ciò ha implicazioni tanto nel sociale quanto nel privato, condiziona le scelte legate alla maternità e incide sull’andamento dell’economia: calano i consumi e aumenta la povertà, non più legata esclusivamente alla disoccupazione.

Del resto, il calo del tasso di disoccupazione non è determinato da un aumento della percentuale di occupati ma da un sistema di calcolo diverso, dalla destrutturazione del sistema pubblico all’impiego e dallo scoraggiamento nella ricerca di lavoro.

Non è un caso che il Censis nel suo rapporto annuale dichiara che oltre l’80% cerca lavoro attraverso vie amicali e reti parentali.

La difficoltà dei giovani ad entrare nel mondo del lavoro è dovuta anche al blocco della mobilità sociale che si registra nel nostro paese.
Pur in presenza, soprattutto tra le donne, di un innalzamento del tasso di istruzione, sempre meno vi è una linea ascendente alle professioni da parte dei figli delle famiglie operaie.

Tendenza accentuata dalla Riforma Moratti che ripropone una scuola e università di classe.
A ciò si aggiungono politiche finanziarie che penalizzano fortemente la ricerca e, con essa, la capacità dell’Italia di competere sui segmenti alti della produzione.

In Italia è dunque aperta una moderna questione giovanile caratterizzata, innanzitutto, dal progressivo allungamento dell’età in cui si è considerati giovani.
Se l’idea di una eterna giovinezza ha un suo fascino, in realtà pregiudica la possibilità di realizzare autonomi progetti di vita, fuori dalla famiglia d’origine.

C’è di più. Si separa in modo sempre più evidente il rapporto tra istruzione e qualità del lavoro. Ad una forte istruzione non corrispondono sempre lavori qualificati e meglio retribuiti.
Questo dato è molto lampante tra le donne che mediamente hanno titoli di studio più alti e che hanno lavori più precari, più discontinui e meno retribuiti.

A ulteriore dimostrazione possiamo auto-criticamente sottolineare che l’inquadramento unico professionale, nei contratti collettivi di lavoro, è fermo agli anni 70.

Siamo in presenza di una generazione di lavoratori che rischia di accettare l’idea che vivrà peggio dei padri e, perciò, non è motivata a investire su se stessa nel lungo periodo.
Una generazione costretta a vivere solo nel presente è un handicap per il futuro del Paese.

La mancanza di prospettive è ancora più accentuata nelle regioni meridionali.
Nel 2004, 150 mila giovani laureati e diplomati del sud, sono migrati verso le regioni del nord o verso i paesi europei.

Una mobilità non scelta, subita impoverisce e spezza il paese. Ciò allarga il divario tra Nord e Sud e produce nel mezzogiorno forme regressive nella domanda sociale: chi resta rischia di accontentarsi di lavori poveri e di politiche assistenziali.

Chi resta non esprime con la necessaria determinazione quella domanda di cambiamento e innovazione, senza la quale il mezzogiorno resta nella condizione in cui è e dove la criminalità può farla da padrone alimentando l’economia illegale e con essa il lavoro nero.

Il rischio è di spezzare l’unità politica del Paese, già messa duramente a repentaglio dalla recente riforma della Costituzione, contro la quale deve essere forte la nostra mobilitazione a sostegno del referendum per abrogare la riforma.

Tutti pericoli, questi, che abbiamo già denunciato in occasione della nostra recente Conferenza di programma.

In quell’occasione avevamo definito le scelte di Fondo che NIdiL intende perseguire nei prossimi anni.
Questo congresso, dunque, non ripercorrerà l’insieme delle opzioni che abbiamo già definito, ma è impegnato a sottolineare le scelte che hanno un valore strategico e che sono a fondamento della politica rivendicativa e contrattuale di NIdiL.

Lo snodo da cui partiamo è quello di rivendicare una nuova legislazione sul lavoro che cancelli le norme del dlgs 276.

L’abrogazione di queste norme è condizione ineludibile per sconfiggere la precarietà e favorire una buona e qualificata occupazione.

Siamo altresì convinti, però, che contemporaneamente è indispensabile lo sviluppo di politiche contrattuali e di welfare coerenti con l’obiettivo della lotta alla precarietà e alla conquista di diritti e tutele per tutti i lavoratori.

L’azione contrattuale e rivendicativa. d’altronde, è essa stessa un acceleratore per una legislazione sul lavoro che favorisca la buona e qualificata occupazione.

La proposta della Cgil sul lavoro economicamente dipendente punta a dare un corredo unitario di diritti e tutele ad ogni forma di lavoro. Solo questa unitarietà nei diritti legittima la diversità di erogazione della prestazione lavorativa e le differenti modalità contrattuali.

Per noi il lavoro dipendente a tempo indeterminato resta la forma che meglio declina il concetto di buona e qualificata occupazione, così come dice l’Unione Europea.

Anche se il lavoro a tempo indeterminato non può essere l’unica modalità lavorativa, dobbiamo sapere che diverse modalità contrattali non possono avere nulla a che fare con l’attuale organizzazione del mercato del lavoro che fa della precarietà il tratto distintivo di competizione e che consegna all’impresa il controllo unilaterale ed assoluto nel governo dei processi organizzativi.

Inoltre, la diversità delle forme contrattuali non deve essere fattore di dumping.

Altrimenti la flessibilità non si lega ad un’evoluzione dei modelli organizzativi della produzione, ma si declina nella precarietà delle condizioni di lavoro e di vita delle persone e diviene perciò elemento di crisi del tessuto sociale.

Le imprese non possono eludere la loro responsabilità sociale e scaricare sugli individui e sulla società i costi delle loro esigenze organizzative.

La flessibilità organizzativa deve essere il portato di reali processi di innovazione che aumentino la produttività e incorporino maggiore valore aggiunto nelle produzioni.
Perciò il lavoro discontinuo non può costare meno di quello a tempo indeterminato.

Una posizione che noi sosteniamo da anni. È motivo di speranza il fatto che anche Prodi e i partiti dell’Unione siano arrivati alla stessa determinazione. Speriamo che, se cambia il Governo, alle parole seguano i fatti.

Con questa linea politica, la crescita dei salari diviene componente essenziale per recuperare competitività, consente una reale valorizzazione del lavoro essenziale per competere sui segmenti alti della divisione internazionale del mercato.

La questione salariale non esaurisce da sola il problema del disagio sociale.
Continua a permanere una stridente contraddizione tra la flessibilità richiesta ai lavoratori e un sistema che rimane rigido in tutte le sue componenti ed è perciò incapace di misurarsi con le trasformazioni sociali.

Una moderna economia non può fare a meno di un moderno stato sociale che assicuri a tutti i lavoratori una dotazione universale di diritti e di tutele.

Insomma, un welfare che non sia solo risarcitorio, ma favorisca le opportunità di auto-realizzazione delle persone nel lavoro e nella società.

In quest’ottica è indispensabile definire un nuovo patto fiscale che premi il lavoro, riconfermi la progressività del prelievo fiscale e affermi l’uguaglianza tra cittadini.

La partita più importante, per i lavoratori atipici si gioca sul rinnovamento dello stato sociale e del sistema di welfare locale.

Nella Conferenza programmatica di NIdiL abbiamo sviluppato un insieme di proposte.
Di esse in questo congresso vogliamo sottolineare gli aspetti politici essenziali per coglierne il senso complessivo.

Bisogna superare lo iato tra la denuncia che, quasi unanimemente si esprime, sui diritti e le tutele negate a questi lavoratori e le scelte concrete che si operano.

Il governo in tutti i suoi provvedimenti su previdenza, fisco, servizi, sanità, famiglia -e più complessivamente sul terreno delle protezioni sociali- ha drammaticamente eroso le tutele in tutto il mondo del lavoro.

Il segno di queste politiche, per i lavoratori atipici, può essere così riassunto: diritti negati nel presente e un futuro previdenziale povero.

Un futuro previdenziale dignitoso nelle collaborazioni e, più complessivamente, nel lavoro discontinuo può essere garantito da misure radicalmente diverse da quelle finora adottate dal Governo.

Innanzitutto, bisogna puntare a un graduale allineamento delle aliquote dei collaboratori con quelle dei lavoratori dipendenti.

Questa misura, però, produce risultati solo se i compensi dei collaboratori saranno non inferiori a quelli contrattualmente pattuiti nel lavoro dipendente.

Inoltre, devono essere assicurati anche ai parasubordinati la copertura contributiva e il sostegno al reddito nei periodi di non lavoro, e la reale possibilità di ricongiungere e totalizzare tutti i contributi.

Il decreto legislativo approvato recentemente dal Consiglio dei Ministri non risolve, ancora una volta, la questione.

Infatti, i limiti imposti dal decreto escluderanno dal diritto alla totalizzazione moltissime collaboratrici e collaboratori.

In particolare, aver innalzato a sei anni di contribuzione il requisito minimo per il diritto alla totalizzazione, pregiudica ulteriormente la possibilità dei collaboratori di accedervi: questi lavoratori fanno fatica a mettere insieme anche pochi anni di contributi penalizzati dal meccanismo di accredito dei contributi, dalla discontinuità lavorativa non coperta da contributi figurativi e, soprattutto, dai compensi che in media non superano i 13.000 euro annui.

Solo la possibilità di sommare tutti i periodi di contribuzione, indipendentemente dalla loro durata, avrebbe realmente consentito l'accesso alla totalizzazione ai tanti collaboratori che possono far valere nella gestione separata dell'Inps solo due o tre anni di contributi.

È netto, dunque, il nostro dissenso sul provvedimento approvato che, pur proclamando il contrario, di fatto nega il diritto alla totalizzazione ai collaboratori, soprattutto a quelli più deboli.

Dunque, senza una reale totalizzazione e senza la previsione che i compensi dei collaboratori non possono essere inferiori a quelli dei dipendenti, ogni operazione sulle aliquote non solo è inefficace, ma diventa socialmente iniqua.

Nel recente confronto sulla previdenza complementare, più volte il Governo ha tentato di introdurre nel decreto la possibilità per i collaboratori di versare nel fondo complementare dei lavoratori autonomi.
Questo tentativo mascherava l’obiettivo di utilizzare il fondo gestione separata, in attivo, per ripianare i debiti del fondo per commercianti e artigiani.

Di più. Se i collaboratori dovessero confluire nel fondo del lavoro autonomo verrebbero meno le ragioni di rappresentanza del Sindacato per questi lavoratori e si realizzerebbe il vecchio obiettivo di affidare alle Associazioni dei datori di lavoro la rappresentanza dei collaboratori.
Anche se viviamo nel Paese del conflitto di interessi, questo sarebbe davvero troppo.

Recentemente, nella carta d’intenti sottoscritta da NIdiL e Spi Cgil, Alai e Fnp Cisl, abbiamo rilanciato le proposte che i nostri rappresentanti del Comitato Inps cercheranno di far assumere al Fondo gestione separata.

Tra le altre cose, chiediamo che siano rese disponibili le risorse accantonate nel fondo gestione separata dell’Inps destinate alla formazione dei lavoratori parasubordinati, a tutt’oggi ancora inutilizzate dopo tre anni per mancanza del regolamento applicativo.

È inoltre possibile immediatamente, utilizzando le risorse già disponibili, allargare il sistema di protezione sociale dei collaboratori: in particolare la copertura dei periodi di malattia, la maternità e la gravidanza a rischio.

Un Paese moderno, poi, non può scaricare sulle reti parentali e sulla famiglia un insieme di prestazioni e di servizi che devono stare in capo al sistema pubblico.

Molti collaboratori vivono nella famiglia d’origine perché condizionati dalla mancata continuità lavorativa e da una scarsa autonomia economica.

Davvero paradossali sono le conseguenze prodotte sul welfare locale dall’assimilazione di questi lavoratori agli autonomi.
Infatti, in molte realtà, non accedono alle agevolazioni tariffarie e a servizi essenziali.

Ciò vale anche per l’accesso a molti servizi a domanda individuale: edilizia residenziale pubblica; tariffe agevolate per il trasporto pubblico locale; asili nido ecc.

Considerando che sono sempre maggiori le competenze trasferite a regioni ed enti locali, per i lavoratori che rappresentiamo è di fondamentale la contrattazione territoriale confederale.

Essa può affermare nuove politiche di welfare locale che colgano i mutamenti intervenuti nella composizione della forza lavoro e nelle tipologie contrattuali.
Questo livello di contrattazione è il solo in grado di assumere la specificità dei bisogni dei collaboratori e dei lavoratori discontinui.
Tra l’altro è soprattutto nel territorio che questi lavoratori incontrano il sindacato.

In definitiva, le politiche di welfare nazionale e locale inclusive e l’allargamento della platea dei lavoratori coperti dalla contrattazione collettiva sono i due cardini di un’unica politica sindacale.

Per NIdiL il contratto nazionale di lavoro è centrale: è l’unico strumento in grado di assicurare reali elementi solidaristici.

Per esprimere pienamente questi suoi caratteri, deve regolamentare tutti i rapporti di lavoro ed escludere esplicitamente tutte quelli che riteniamo non debbano essere utilizzati.

Qualificare la contrattazione nazionale è strategico anche alla luce della manomissione della Costituzione che la maggioranza ha operato: il rischio è di avere nuove gabbie salariali e diritti a geometria variabile su base territoriale.

Il contratto nazionale di categoria deve dire chiaramente per quali figure professionali e in che percentuale si può far ricorso alla somministrazione a tempo determinato e al lavoro parasubordinato.

Per quanto riguarda quest’ultimo, i Ccnl devono affermare il principio che i compensi non possono essere inferiori a quelli del lavoro dipendente.
Inoltre, in un allegato specifico, accanto alla definizione delle retribuzioni, vanno regolamentate le modalità di erogazione della prestazione lavorativa, l’esercizio dei diritti sindacali, l’insieme delle tutele sociali da garantire ai collaboratori.

Senza questo salto di qualità nella contrattazione collettiva nazionale, sarà sicuramente più difficile allargare la negoziazione nei posti di lavoro.

Solo così la contrattazione di secondo livello, oggi quella più diffusa nella regolazione delle collaborazioni, può più efficacemente affermare percorsi di stabilizzazione dei rapporti di lavoro, contrastare gli abusi, limitare il ricorso al lavoro autonomo, favorire un controllo dei processi organizzativi delle imprese.

Quest’anno saremo impegnati nel rinnovo del contratto di somministrazione a tempo determinato.
Unitamente ad Alai e Cpo vogliamo predisporre una piattaforma che punti al rafforzamento e alla qualificazione del contratto.
Esso dovrà più efficacemente garantire l’esigibilità dei diritto alla parità salariale e l’applicazione ai lavoratori di tutta la contrattazione collettiva delle imprese utilizzatrici.

Altro punto qualificante dovrà essere la presenza più ampia del sindacato nella formazione dei lavoratori sui diritti, sul contratto, sulla salute e sicurezza.

La vera innovazione, però, dovrà ruotare sulla previdenza.
Abbiamo articolato una proposta che prevede di utilizzare parte delle risorse di Ebitemp per sostenere la contribuzione volontaria dei lavoratori che non maturano il diritto alla disoccupazione.

Di più. Proporremo alle associazioni datoriali di destinare risorse significative alla previdenza complementare. Non pensiamo di dar vita a uno specifico fondo, che sarebbe solo di transito e dunque a scarsa redditività.

Il nostro obiettivo è l’istituzione di una fondazione partecipata dagli altri fondi previdenziali, così da garantire ai lavoratori una maggiore rendita e la possibilità di transitare da un fondo all’altro.

Offriamo alle controparti uno scambio che non produce oneri aggiuntivi per le Agenzie, ma sposta una parte delle risorse oggi utilizzate per la formazione sulla previdenza complementare.

Le misure che prospettiamo sono in grado di qualificare il lavoro in somministrazione e mitigare la condizione di precarietà dei lavoratori.
Se realizzata, questa sarebbe l’esperienza più avanzata del lavoro interinale nel panorama europeo e potrebbe essere un modello estensibile agli altri Paesi.

Per raggiungere questi obiettivi, è fondamentale la tenuta sindacale unitaria con Alai e Cpo. Unità che in questi anni abbiamo consolidato e che vogliamo rafforzare.

La linea contrattuale che stiamo perseguendo, sia nel lavoro parasubordinato sia in quello somministrato, è orientata alla ricomposizione del mondo del lavoro.

Ricomposizione possibile solo attraverso la sintesi degli interessi, oggi spesso configgenti, che si manifestano tra lavoratori che operano con diverse tipologie contrattuali nello stesso posto di lavoro.

Quindi, l’affermazione di diritti e tutele per tutti i lavoratori, la trasformazione di rapporti di lavoro precari in lavoro stabile, si realizzano attraverso una più organica ed estesa contrattazione congiunta tra NIdiL e le Categorie.

L’esperienza che abbiamo sviluppato in questi anni ci dice che solo quando abbiamo operato congiuntamente abbiamo realizzato risultati apprezzabili.

Questa contrattazione, fino ad oggi, ha riguardato circa 120 mila collaboratori e ha prodotto oltre 18 mila trasformazioni di rapporto di collaborazione in lavoro dipendente.

Contrariamente ai tanti luoghi comuni che continuano a vivere più o meno strumentalmente nella nostra organizzazione, possiamo dire con orgoglio che la contrattazione congiunta è stata il più efficace strumento di stabilizzazione dei rapporti di lavoro.

Non siamo abituati ad enfatizzare i risultati ottenuti, pronti a guardare più a quello che c’è da fare che a quello che abbiamo fatto.
Sarebbe, però sbagliato sottovalutare i risultati raggiunti. Essi indicano un senso di marcia.

Ma non solo. La contrattazione collettiva per i collaboratori ha contrastato efficacemente il disegno del governo di depotenziare la contrattazione collettiva e con essa infliggere un colpo mortale al ruolo e alla funzione di rappresentanza del sindacato.

NIdiL ha più volte ribadito che il futuro del sindacato confederale si gioca in grande parte sulla capacità di dare voce e rappresentanza alle ragioni di questa parte del mondo del lavoro.
Affermiamo ciò a giusta ragione.

Dobbiamo trovare il coraggio di dirci che i rinnovi dei contratti nazionali di categoria se hanno significativamente contrastato gli effetti più devastanti della legge 30, hanno completamente ignorato di intervenire sul lavoro parasubordinato. Non lo hanno né escluso né regolato.

Così facendo hanno lasciato centinaia di migliaia di persone fuori da una rete di tutele, non hanno incentivato la stabilizzazione delle collaborazioni in essere e hanno favorito il ricorso alle stesse.

Inoltre, questa omissione ha come conseguenza, che lo sviluppo della contrattazione collettiva nelle collaborazioni dovrà essenzialmente continuare a livello aziendale.
Compito quanto mai arduo per due ragioni fondamentali: la dimensione delle imprese e l’estrema parcellizzazione dei committenti.

Per questo continuiamo a manifestare fastidio per atteggiamenti di sospetto, presente nell’organizzazione, sulla contrattazione di NIdiL come se essa fosse fonte delle collaborazioni, scambiando così l’effetto con le cause.

Atteggiamenti di questo tipo, tra l’altro, omettono del tutto l’evidenza: le collaborazioni sono cresciute in tutti i settori. Al loro proliferare non vi è stata una efficace azione di contrasto a tutti livelli.

Per quanto riguarda NIdiL abbiamo guardato in faccia la realtà. Ci siamo mossi tra contraddizioni e difficoltà.
Non ci siamo accontentati delle dichiarazioni di principio, e non ci siamo sottratti al rischio di stare dentro quelle difficoltà e contraddizioni.
Solo questo coraggio ha consentito a NIdiL di essere percepito da una vasta platea di lavoratori come punto di snodo nel complicato rapporto tra lavoratori precari e sindacato.

In definitiva, abbiamo fatto uno sforzo importante per chiudere la forbice tra sindacato predicato e sindacato praticato. Abbiamo dato senso e gambe alla battaglia di questi anni contro i tentativi di destrutturazione del mercato del lavoro e della contrattazione collettiva.

E’ con questa consapevolezza che abbiamo avanzato e portato avanti la proposta evolutiva di NIdiL. Un progetto fatto proprio dalla segreteria confederale e dalle categorie e che troverà sanzione formale al Congresso della Cgil.

L’evoluzione sulla quale abbiamo lavorato è forte della coscienza che una nuova unità nel mondo del lavoro presuppone il reciproco riconoscimento nella rappresentanza di tutti i lavoratori. Abbiamo acceduto alla possibilità di doppia affiliazione scommettendo su un lavoro con le categorie fatto non in concorrenza, ma in sinergia.

Vorrei anche sottolineare la necessità che nessuno di noi sottovaluti che il progetto di evoluzione prevede la nostra rappresentanza di lavoratori disoccupati, tirocinanti, stagisti ecc. E’ questa una frontiera importantissima di lavoro perché per questi lavoratori bisognerà costruire politiche mirate orientate a farli uscire da uno stato di profondo sfruttamento.

Il tema che più ha appassionato il dibattito interno al Congresso della Cgil, e sul quale si sono registrate differenziazioni, è quello relativo alla qualità e modalità di esercizio della democrazia sindacale.

Ci siamo chiesti come è possibile fare significativi passi in avanti sul terreno della democrazia se non si assicura a milioni di lavoratori atipici di potere scegliere la propria rappresentanza? Quante volte si è intervenuti sulle loro condizioni di lavoro senza chiedere cosa ne pensassero?

Non ci nascondiamo le difficoltà che incontreremo nel portare avanti il progetto organizzativo definito con la confederazione e le categorie.
Noi siamo impegnati a fare fino in fondo la nostra parte per vincere eventuali resistenze che si dovessero manifestare.
Fondamentale, però, per la piena riuscita del progetto sarà il ruolo della Confederazione.

La Cgil in questi tre anni di sperimentazione non potrà avere un ruolo neutro, ma assolvere pienamente ad un reale ruolo di regolazione, essere impegnata concretamente a farlo vivere in ogni territorio e struttura.

Per farlo pienamente non potrà guardare ai rapporti di forza tra le diverse categorie, ma alla coerenza politica dell’impostazione che ci siamo dati nella definizione del Patto associativo.

Uguale e, forse, più importante impegno è richiesto alle nostre strutture territoriali superando ogni limite di minoritarismo e vivendo la fase che si apre come una grande opportunità per esprime la nostra soggettività trovando anche il coraggio di affrontare in modo esplicito tutti i problemi e le resistenze che si dovessero manifestare. Quel coraggio e unità tra di noi che non ci è mai mancata nei passaggi più delicati della nostra esperienza di direzione di NIdiL.

Ho aperto il precedente congresso con le parole di alce nero, grande capo indiano.
Questa volta chiudo la mia relazione con un proverbio, sempre del popolo nativo indiano.
Racconta in 5 parole ciò che motiva NIdiL nel suo lavoro, 100 anni di storia della nostra Cgil e parla del lavoro che ancora ci attende.

“Dare dignità all’uomo e all’origine di tutte le cose”.

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