Una ricerca dell' Ires-Cgil evidenzia le difficoltà dei giovani in rapporto al mondo del lavoro.
Guadagnano poco, meno ancora se laureati.
Davanti a sé vedono solo nubi oscure: criticano la globalizzazione, non credono né all' Europa, né al sindacato, considerato 'troppo vecchio' e lontano dai problemi del lavoro precario.
Il primo studio a campione a livello nazionale elaborato dall' Ires-Cgil ha messo nero su bianco i problemi del lavoro giovanile: dall' inchiesta - informa Repubblica - emerge un quadro desolante.
Quasi il 90 per cento dei giovanissimi (17-24 anni) vive con una busta paga pari o inferiore ai mille euro; quasi il 60% sotto gli 800 euro.
A vivere con un tetto massimo di 1000 euro è anche il 65% dei lavoratori a cavallo dei 30 anni.
L' 87,3 per cento della generazione più giovane subisce minori diritti e bassi salari; ha un contratto a tempo determinato. Anche nello scalino successivo (25-32 anni) la precarieta' colpisce il 53,5 % dei lavoratori.
Paradossalmente, poi, chi non ha finito nemmeno la scuola dell' obbligo guadagna piu' di un laureato.
Va inoltre ricordato - sottolinea Repubblica - che peggio di tutti stanno le donne che, 'in qualita' di femmine' anche se studiano di piu' sono pagate di meno: oltre il 70 % delle lavoratrici giovani guadagna meno di 1000 euro.
Non credo che molti dei nostri lavori precari siano poi così gratificanti: spesso condividiamo le mansioni del personale strutturato e non ci sono differenze sostanziali tra quel che facciamo noi e quel che fanno loro.
Quel che cambia è piuttosto la *percezione* che gli atipici hanno del proprio lavoro: per noi lavorare è una conquista quotidiana, dunque rappresenta un bene da preservare.
Molte persone che hanno il posto fisso, invece, perdono gradualmente interesse in quel che fanno - per stanchezza, per delusione, per mancanza di stimoli, per incapacità di rinnovarsi, forse anche per egoismo.
Può darsi, comunque, che il dato che indica la percentuale di gradimento del proprio lavoro risulti falsato per semplici ragioni anagrafiche: gli atipici sono mediamente più giovani e, di conseguenza, più entusiasti.
I due dati che più mi hanno colpito (gli altri erano emersi più o meno già da precedenti indagini, se non sbaglio) sono:
- rapporto età-iscrizione sindacato: il 73,6 % dei cinquantenni e il 22,9 dei ventenni (17-24 anni), di cui circa il 6 % si definisce ex iscritto.
- la tabella "cosa rappresenta per te il lavoro": per il 48,8 % degli atipici è un'attività gratificante, mentre lo è solo per il 37,5 % dei lavoratori a tempo indeterminato (per il 62,5 % di loro, il lavoro è assicurarsi un reddito).
Il primo dato mi sembra un punto di partenza per un ripensamento all'interno del sindacato e mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Sebastiano: quali strategie di rinnovamento attuare per riavvicinare una generazione al sindacato? quali i mea culpa?
Il secondo dato è più uno spunto di riflessione esistenziale: siamo più precari perché non ci accontentiamo più di un lavoro come fonte di reddito e cerchiamo un'attività lavorativa gratificante? Certo, questa è una semplificazione o una provocazione, ma è da un po' che me lo chiedo.