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Cipolle e libertà. rilettura

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Teatro civico: 5 monologhi per report

Cito da "Cipolle e libertà", liberamente ispirato a Cipolle e libertà di Federico Bozzini, in "Teatro civico: 5 monologhi per report", testi di Francesco Niccolini, Marco Paolini, Andrea Purgatori, Torino, Einaudi, 2004. Il testo è un diario-intervista di Bozzini a un operaio sindacalista Gelmino Ottaviani [nato nel 1937], veronese, una vita passata a costruire bruciatori e caldaie..

qui parla del lavoro a cottimo:
"Gli uomini prendevano un salario, le donne ne ricevevano uno molto più basso e noi ragazzi venivamo pagati da mezzadonna. Ma le donne erano pagate a cottimo, mentre io a giornata. Loro lavoravano come dannate per guadagnare il più possibile..."

qui parla della solidarietà nell'ambiente di lavoro:
"ma se il lavoro mi attirava, l'ambiente umano del reparto mi respingeva. Tutti operai anziani, chi sapeva qualcosa cercava di tenersela per sé. Allora c'era una concorrenza spietata tra lavoratori. Spiate, pettegolezzi, chiacchiere cattive erano considerati mezzi normali per impedire che qualcuno ti scavalcasse. La solidarietà era zero."

qui parla dei ritmi di lavoro:
"lavoravo dalle sei del mattino a mezzogiorno e dall'una e mezzo alle sette, dal lunedì al sabato. La domenica dalle otto alle undici e mezzo. Una mattina, andando al lavoro, quasi mi addormento in bicicletta. Quell'esperienza mi ha segnato e mi sono detto: mai più strardinari in vita mia..."

qui parla ancora del cottimo:
"aumentando enormemente le commesse, l'azienda si è posta il problema di incentivare la produttività e ha cominciato ad applicare il cottimo in produzione. C'erano gruppi di lavoratori che avevano aumentato la produttività del quaranta-quarantacinque per cento. Prendevano più di cottimo che di stipendio.."
"Io nel mio lavoro sono sempre stato lento. Forse avevo conservato in fabbrica i miei ritmi contadini. D'altra parte la rettifica era un'operazione che richiedeva precisione, e la fretta è nemica della qualità. E per natura non riuscivo ad accelerare.."

qui parla delle condizioni di lavoro:
"è difficile oggi capire come si vivesse realmente quarant'anni fa dentro i cancelli. Gli operai erano debolissimi, sia perché il padrone era onnipotente, ma anche perché erano loro stessi a coltivare la loro impotenza. Soprattutto i vecchi operai erano miserabilmente individualisti: il sentimento dell'uguaglianza, del procedere assieme era sconosciuto."

qui parla del conoscere i propri diritti:
"Mi misi a studiare il contratto , con la stessa passione minuziosa che avevo avuto per i decimi di millimetro della rettifica. Non soddisfatto, andavo in cerca delle leggi e approfondivo. Mi ero accorto che solo se sai qualcosa riesci a confrontarti con le controparti, e qualche volta puoi riuscire a incastrarle. In caso contrario, ti resta solo l'umiliazione di rimetterti alla loro benevolenza.."
"Non so come dirlo meglio, ma quest'ordine di problemi mi stimolava intellettualmente: le cose mi spettano o non mi spettano, questo volevo sapere. Poi volevo che queste regole venissero rispettate, a qualunque prezzo.."

qui parla del tempo vs lavoro:
"Si dice sempre che il tempo è denaro. Ma bisogna ricordarsi che l'equazione non è reversibile: il denaro non è tempo. Il tempo è vita. Io decido dove investirla: nella pesca, nell'orto, al sindacato, in famiglia. Questa è libertà. Una parola grossa che bisogna imparare presto a riempire di cose piccole.."

qui parla del confronto con i colleghi nel sindacato:
"ma non erano parole buttate al vento. Non avevano il peso zero che hanno le partite a chiacchiere in osteria. Ero sicuro che era importante, che crescevo anche di testa, che aumentavo la mia capacità di parlare e di ragionare. E' che non eravamo mai d'accordo su niente. Se eravamo in cinque c'erano sei opinioni. A unirci era che ognuno poteva dire la sua."

qui parla dei capi:
"E' incredibile che della povera gente si monti la testa e finisca per sentirsi autorizzata a decidere il bene e il male, il giusto e l'ingiusto sulla pelle degli altri. [...] Credo di accettare ogni tipo di persona, gli umili e gli arroganti, gli intelligenti e gli stupidi. Gli unici che non riesco ancora a digerire sono gli stupidi arroganti.."

qui parla della differenza tra fare le cose e farle fare:
"Ma intanto mi era venuta la febbre del mattone [...] ho comprato una casa diroccata, tutta da ristrutturare. Dal 1978 in poi i mesi di cassa integrazione, le festività e le ferie li ho passati lì dentro a lavorare. Ho fatto tutto io: muratore, idraulico, elettricista. Farsi la casa è una grossa occasione umana e culturale. Impari un sacco di mestieri e la fondamentale differenza tra fare e far fare. Sembra solo un gioco di parole invece è una serissima questione che divide irrimediabilmente gli uomini.."

infine qui parla di come il lavoro ti cambia il carattere:
"E col tempo finisci per essere quello che fai. Le doti che non riesci a esprimere si seccano e scompaiono.."

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