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| L'uomo flessibile |
Sennett rileva le conseguenze del capitalismo flessibile sulla personalità del lavoratore, oltre che sul suo stile di vita (e in questo il titolo originale, The Corrosion of Character, era forse più stringente, laddove con character l’autore intende “i tratti permanenti della nostra esperienza emotiva”).
Ogni capitolo parte dall’analisi di un caso concreto che coinvolge (solo) alcune delle nuove forme di flessibilità imposte. La storia di Rico, giovane manager, figlio di un italiano immigrato negli Stati Uniti, ad esempio, permette a Sennett di confrontare due modelli di vita diversi, fortemente determinati dalle differenti condizioni lavorative: la possibilità di progettare a lungo termine data dalla sicurezza del posto di lavoro si oppone all’incertezza quotidiana di chi ogni giorno deve rimettersi in discussione. La routine del lavoro del padre (solitamente percepita con tutti i suoi risvolti di alienazione) consentiva la costruzione di una fiducia in se stessi e nella società che Rico oggi non possiede e non può neanche trasmettere ai propri figli: modelli di lealtà e dedizione sono infatti in contrasto con la superficialità dei legami agli altri e al posto di lavoro che caratterizza le nuove forme di socialità.
La flessibilità, dunque, con lo sgretolamento della percezione temporale, impedisce di strutturare quella narrazione di sé coerente che è alla base del processo di acquisizione identitaria (interessante il parallelo istituito da Sennett con la frammentarietà della narrativa postmoderna), che si costruisce (ormai è assodato) anche attraverso il lavoro e il riconoscimento degli altri all’interno di determinate etichette sociali.
Sennett analizza il crollo della coscienza di classe e dell’influenza dei sindacati, causato proprio da una crescente difficoltà nel costruire rapporti interpersonali all’interno di un mondo lavorativo che celebra l’interscambiabilità e in cui l’esaltazione del lavoro di gruppo (team) è solo una nuova forma di controllo sociale.
postato da angela

Commenti
Questo libro mi è particolarmente caro perché è stato tradotto da un mio amico che si chiama Mirko Tavosanis, che lavora all'Università di Pisa :-))