Vorrei aprire una riflessione sulle strade percorribili da chi intende fare il mestiere del bibliotecario.
Mi piacerebbe, col contributo di tutti voi, arrivare a definire una mappa precisa del possibile percorso professionale.
Secondo il punto di vista che si utilizza la mappa prende aspetti differenti, semplificando ne propongo uno, aiutatemi a chiarirlo.
INSERIMENTO LAVORATIVO
1. Concorso pubblico
1.1 tempo indeterminato
1.2 tempo determinato
2. Cooperativa o Società
2.1 tempo indeterminato
2.2 tempo determinato
2.3 contratto a progetto
2.4 collaborazione occasionale
2.5 consulenza
3. Libera professione
3.1 contratto a progetto
3.2 collaborazione occasionale
3.3 consulenza
Per consulenza intendo una prestazione professionale non regolata da contratto, il cui compenso viene pagato tramite fattura o ricevuta. Devo far rientrare anche questa prestazione in un profilo contrattuale?
Sarebbe interessante sapere quali sono i parametri economici e contrattuali sperimentati dai biblioatipici, relativamente ai vari punti. Questo è stato già descritto in molti post e mail, anche se io ho notato che spesso nei racconti questi parametri rimangono come sfondo e non vengono invece analizzati precisamente.
Voi cosa ne pensate?
Francesco
Ciao Francesco, nel mio caso l'inquadramento professionale con la 1. cooperativa con cui
ho lavorato era di "imp. socio lavoratore", con la malattia retribuita.
Con la 2. cooperativa sono stata 1 anno da occasionale (senza busta paga) e poi "co.co.co" (senza ferie ne malattie retribuite).
Per 1. anno ho avuto una borsa di studio e ora un "contratto a progetto", per obiettivo (con le ferie e le malattie retribuite).
Ritengo, inoltre, che la consulenza professionale deve essere fatturata, come tutti i liberi
professionisti.
Francesca
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Caro Francesco,
l'ultima strada che ho intrapreso personalemente dopo anni di lavoro come socio lavoratore presso una cooperativa, è quella che tu chiami del "libero professionista", ma e' una strada per adesso tutta in salita... ho scelto di lavorare per enti dimensionalmente piccoli e seguo da me tutto l'iter necessario all'autopromozione della mia professione.
Autopromozione,
Visita della biblioteca e relazione,
Interventi di consulenza vari:
sono cose che costano tanta fatica e sono voci che non si possono fatturare perche' nessuno ti riconosce lo sbattimento.
Inoltre la libera professione presuppone il sapersi vendere, che come sappiamo e' proprio altro tipo di lavoro dal nostro, quindi nel prontuario "come si diventa bibliotecari" facciamolo presente: "si diventa bibliotecari (liberi professionisti) se si diventa commerciali".
Vendere poi una professione che non riconosce nessuno, ad un comune piccolo che ha seri problemi gestionali, laddove capita che un servizio civile e' tutto quello che il comune possiede per l'apertura sporadica della biblioteca, credimi e' operazione complessa molto.
Aggiungerei che in genere i risultati si vedono con ritardi che rasentano l'era geologica. E anche questo, per onestà, all'aspirante bibliotecario andrebbe detto.
I parametri contrattuali in questo senso finora sono stati per me contratti di co.co.co. Sui parametri economici Dio-ci-salvi, perche' non ci sono parametri a cui fare riferimento.
In genere io mi rifiuto di sottostare a proposte economiche indecenti e punto, quando la disponibilità economica e' quella che e', su agevolazioni d'altro tipo es. lavorare da casa,(e' per me un grosso ammortizzatore economico), consegnare in tempi che stabilisco io a inizio contratto il lavoro finito, avere totale autonomia gestionale (per intenderci le chiavi della stanza in cui vado a prendermi i libri, nell'orario che fa comodo a me eventualmente a struttura chiusa).
Ho appena rifiutato una commessa che mi avrebbero infine pagato 2,60 Euro "lordi" a titolo (erano monografie moderne da catalogare in aleph500 con inventariazione, collocazione dewey, soggettazione, etichettatuta)... emblematico no?
Sonia
Aggiungerei anche i vari contratti parasubordinati (cocopro ecc.)con enti pubblici di vario tipo. A mio giudizio sono tuttora i migliori per noi atipici, non fosse che perchè è preferibile non avere due padroni, e perchè in genere, se l'ente è minimamamente decente, è più facile avere in qualche modo un fisso mensile che copra malattie e ferie. Le cooperative su questi aspetti solitamente latitano alla grande. Il guaio peggiore è quando per semplificarsi la vita qualche ente pretende la partita iva. In questo caso, se si è in tanti, può essere utile organizzarsi per una partita iva collettiva, studiando bene le forme con un notaio e un commercialista per garantire un'equa suddivisione delle spese e per far capire bene che non si è un gruppo di imprenditori selvaggi ma di malcapitati troppo deboli per ottenere di meglio...
Livia Castelli